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Diga di Frera in Val Belviso Valtellina luogo speciale Uno zaino pieno di libertà

Diga di Frera in Val Belviso Valtellina luogo speciale Uno zaino pieno di libertà

Per raggiungere la diga di Frera, in Val Belviso, devi lasciarti alle spalle un po’ del mondo che conosci e immergerti in un bosco a 1.800 metri di altezza.

Trovarla non è semplice. Eppure, questo monumento d’ingegneria idraulica trattiene milioni di metri cubi d’acqua. Ma si nasconde bene: dietro una curva, oltre una vallata, circondata da un bosco.

Poi compare, quasi di sorpresa, e l’emozione è travolgente. Gli appassionati dicono che esiste una bellezza delle dighe, data dalla loro imponenza e dai dettagli che le rendono uniche: l’altezza grandiosa, la curvatura dei muri, le condotte che scendono a precipizio, la perfezione delle acque del lago.

Soprattutto però sono mirabili espressioni dell’ingegno umano, che le ha concepite per ricavare energia pulita dall’oro blu: l’acqua.

L’emozione, infatti, diventa più forte quando conosci le persone che rendono la diga un oggetto vivo, infondendole quell’energia umana senza la quale tutte le altre sono inutili. Sono una categoria di lavoratori molto fortunati, perché trascorrono il tempo immersi nella bellezza e nella pace delle montagne. Raccontano del panorama mozzafiato della valle, della bellezza cangiante del paesaggio, delle notti d’inverno illuminate dal riverbero della neve. E si sentono liberi, ma consapevoli di far parte di un meccanismo che genera progresso.

Nel film Il tempo si è fermato di Ermanno Olmi, il guardiano della diga diceva: «Tempo sereno, la vita è bella!». Alberto Confeggi, che svolge l’attività di Guardiano diga per Edison in Valtellina, ha il sereno dentro e per questo non si sente mai solo. «Ogni giorno parto con uno zaino pieno di libertà», racconta.

Nella sua frase c’è tutto il senso della passione per un lavoro che lo porta sulla vetta di questa diga costruita in soli due anni (dal 1957 al 1959), 138 metri di altezza, punto panoramico perfetto per ammirare il bacino artificiale del lago Belviso, incastonato tra le Alpi Orobie. «Siamo un tutt’uno con la natura», prosegue, «e non dobbiamo dimenticarlo».

Trenta chilometri più in basso c’è la Centrale Venina, entrata in servizio nel 1923, che raccoglie l’acqua e la trasforma in elettricità: «Ormai da un secolo la Valtellina è un luogo speciale per la produzione di energia idroelettrica», spiega l’ingegner Mauro Zecca, responsabile degli impianti Edison in Valtellina e Alto Lario. «Da valtellinese questo mi rende orgoglioso. Ma il vero propulsore è l’energia umana: la fiducia nei tuoi collaboratori e l’unità della squadra sono fondamentali».

Qui il concetto di «squadra unita» non riguarda solo i professionisti dell’idroelettrico: nella valle orbitano satelliti di creatività, come le sculture lignee che Andrea Franchi realizza a 1.400 metri di altezza, “per restituire ai passanti la pace e la serenità che provo quando sono qui». C’è l’istinto di protezione del territorio che Doriano Codega, presidente del Parco delle Orobie Valtellinesi, sintetizza così: «In questo luogo a misura delle comunità locali, gli impianti idroelettrici rappresentano un volano di crescita. Sono due realtà che convivono, per proteggere l’alto valore naturalistico della valle».

E poi c’é lo sguardo al futuro, a quell’energia potenziale rappresentata dalle nuove generazioni: «In collaborazione con Edison e con il Parco Orobie», spiega Laura Panella, maestra della scuola primaria di Tresenda, «abbiamo realizzato un progetto per raccontare ai ragazzi l’unicità della valle e il valore dell’energia pulita. Con un obiettivo: far crescere in loro quella consapevolezza che, un giorno, li renderà promotori e custodi di questo luogo speciale dove sentirsi davvero liberi».

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